Storia della Geomanzia

La prima menzione della parola “geomanzia” è fatta da Archimede, il quale presumibilmente la utilizzò per predire l’esito dell’assedio di Siracusa da parte dell’esercito di Roma nel 212 a.C. Tuttavia non conosciamo la natura dei “segni geomantici” utilizzati dal celebre scienziato, e quindi non possiamo stabilire se utilizzò un metodo simile alla geomanzia classica oppure no.

Di fatto i greci intendevano la geomanzia come un’arte divinatoria che consisteva nella semplice “osservazione del suolo terrestre”. Si trattava insomma di una tecnica di divinazione elementare (insieme alla piromanzia, l’idromanzia e l’aeromanzia) che si basava sull’ispezione, e non su un algoritmo matematico. Come sottolinea Paul Tannery, la parola greca con la quale oggi ci riferiamo a questa forma di divinazione, nell’antichità aveva un significato generale. In occidente questo nome fu dato ad una pratica araba da Ugo di Santalla, traduttore spagnolo che visse nella prima metà del XII secolo.

Come riporta Stephen Skinner nel suo “Terrestrial Astrology” la parola  geōmanteía non compare in nessun manoscritto greco sull’argomento, mentre la parola rabolion  (traslitterazione greca del temine arabo raml che significa “sabbia”) è molto più comune. Pertanto l’inesattezza etimologica della parola “geomanzia” è sufficientemente consolidata, e il fatto che la divinazione geomantica appaia in manoscritti greci tradotti dall’arabo indica definitivamente che questa pratica era di origine araba e non greca.

Altre origini della geomanzia sono state erroneamente poste in Persia. Il dott. Alexander Rouhier, in appendice al “Traite Elementaire de Geomancie” di Eugene Caslant, scrive che la geomanzia sia stata praticata in Persia già dall’ottavo secolo e che sia stata diffusa dagli studiosi di molti paesi che frequentarono l’Università di Baghdad, la più grande e prestigiosa università del mondo islamico medievale. Tuttavia l’attribuzione delle origini della geomanzia in Persia è falsa, poiché tutte le parole connesse con quest’arte sono di origine araba e non persiana. Inoltre, la grande autorità della geomanzia del tempo, az-Zanati, è spesso chiamato “persiano”, benché sia in realtà un nordafricano vissuto dal dodicesimo al tredicesimo secolo. Questa falsa nazionalità, afferma Skinner, ha prestato colore all’ipotesi che la Persia fosse il paese natale della geomanzia.

Altre origini un po’ fantasiose della geomanzia riguardano l’India. La base per attribuire le radici di quest’arte in India è uno dei nomi dati anticamente a colui a cui il profeta coranico Idris insegnò la geomanzia dopo che gli fu insegnata dall’angelo Gabriele, ovvero “Tum Tum el-Hindi”. L’appellativo “el-Hindi” è stato considerato da molti un indizio per indicare l’India come paese natale della geomanzia, tuttavia l’epiteto fu dato a diversi scrittori, tra cui Apollonio di Persia (che non era indiano!), per sottolineare il loro genio. La prima metà del nome invece,”Tum Tum”, è stato interpretato come una corruzione di “Tolomeo”, ma naturalmente quest’ipotesi impossibile da dimostrare. Un ulteriore collegamento all’India è dovuto poi ad alcuni manoscritti medievali. Uno di questi, conservato alla British Library, inizia così: “This is the Indyana [cioè la geomanzia] of Gremmgi which is called the daughter of astronomy and which one of the sages of India wrote…”. In ogni modo era una pratica assai comune nel medioevo attribuire lavori di questa natura ad autori leggendari di paesi lontani, e anche se è possibile, è molto improbabile che l’India sia il paese natale della geomanzia.

Le origini semitiche della geomanzia sono invece da ricercare nella figura di Daniele, profeta ebraico nonché presunto autore del Libro di Daniele. Nel Canone Ebraico il libro non è classificato come profetico, mentre per i cristiani è considerato uno dei quattro grandi profeti dell’Antico Testamento, poiché il suo libro è ritenuto contenere profezie su Gesù Cristo. Tra il decimo e il quindicesimo secolo il suo nome fu utilizzato per firmare molti manoscritti di natura occulta, tra cui uno proprio sulla geomanzia.  Il fatto che il manoscritto sia in turco, e non in latino, lo pone in una classe a sé stante rispetto agli altri. L’Enciclopedia Ebraica pone le origini della geomanzia in Nord Africa nel IX secolo dove, si sostiene, la pratica penetrò nella letteratura ebraica. In ebraico la geomanzia è chiamata “Hokmah Ha-nekuddot”, ovvero “la scienza dei punti”, e Aran ben Joseph si riferisce a colui che la pratica con il termine “Yidde ‘Oni”, ovvero “colui che predice tramite i punti”. I più noti scrittori ebrei che si riferiscono “specificamente” alla geomanzia sono Moshe ben Maimon, più noto nell’Europa medievale col nome di Mosè Maimònide, che menziona la geomanzia nella sua “Guida dei Perplessi”, e Moshe ben Nahman Girondi, noto come Nahmanide, che menziona la geomanzia nel suo commento al Pentateuco. Entrambi comunque hanno vissuto nel mondo arabo, e la loro conoscenza di quest’arte è un ulteriore indizio che ci consente di collocare la sua origine effettiva in un area musulmana del Nord Africa.

Ahmad ben ‘Ali Zunbul, importante autore di opere sulla geomanzia che visse tra il XV e il XVI secolo, delineò il tradizionale pedigree arabo della geomanzia, secondo la quale l’angelo Gabriele apparve per la prima volta a Idris (il nome arabo per Ermete Trismegisto) e gli insegnò l’Ilm al-Raml, “la scienza della sabbia”. Come per i soliti testi ermetici, la “rivelazione” viene conferita a Ermete che a sua volta la conferisce a suo figlio Tat o Asceplio (nel caso di una “rivelazione” di tipo medico). Tali testi formano il vasto corpus di “letteratura ermetica”, di cui il Pimandro è il testo  più conosciuto in Occidente. Zunbul descrive l’incontro del profeta con l’angelo in questo modo:

Idris aveva viaggiato molto. Durante uno di questi viaggi, Gabriel gli apparve nella forma di un uomo, disegnò linee sulla sabbia e gli disse: “Tu sei un profeta, ma nascondi il tuo dono per paura dei tuoi simili”. E Idris rispose: “Sì, per amore e riverenza per te”. Idris, sorpreso della conoscenza [geomantica] che Gabriel possedeva gli disse: “Caro fratello, diventerò il tuo compagno e mi insegnerai ciò che è noto”. E Gabriel rispose: “Per amore e rispetto per te farò questo”. Così Idris incontrò Gabriel ogni giorno, finché non imparò questa scienza. Poi Gabriel gli disse: “Vai dall’indiano Tum Tum e la sua gente e insegna loro questa scienza”.

Quindi da Idris (Ermete Trismegisto) il sapere geomantico passa a Tum Tum. Tum-Tum sembra appartenere più alla leggenda che alla storia, sebbene come abbiamo già detto il suo nome potrebbe essere la corruzione del nome di una persona reale, forse Tolomeo, e non necessariamente provenire dall’India. Per l’Islam, l’India esercitava lo stesso fascino che l’Egitto esercitò in Europa in anni più recenti. Pertanto, per attribuire maggior autorità ai propri scritti sulla “scienza della sabbia” e altre cose occulte gli scrittori musulmani utilizzarono sovente la figura di Tum Tum. Halaf al-Barbari fu il prossimo erede del sapere geomantico e, secondo la tradizione, si è recato proprio in India per studiare la geomanzia, dove ha copiato e tradotto in arabo il testo di Tum Tum. Il successore di al-Barbari fu az-Zanati, dai cui testi Zunbul conobbe e studiò l’arte della geomanzia. Naturalmente dopo Zunbul seguirono altri “adepti” che studiarono e divulgarono quest’arte che, contemporaneamente, faceva il suo ingresso in Europa. Possiamo affermare infatti che la geomanzia migrò a Sud, diffondendosi nell’Africa Nera e “amalgamandosi” con il Voodoo, divenendo il famoso oracolo di Ifa, e migrò a Nord, diffondendosi in Europa e “amalgamandosi” con l’astrologia e divenendo la geomanzia che conosciamo oggi.

La comparsa ufficiale della geomanzia in Europa coincide con la traduzione di Ugo di Santalla dell’Ars Geomantie dall’arabo al latino. Ugo di Santalla era un astrologo e traduttore della prima metà del XII secolo nato a Santalla nel nord-ovest della Spagna. Oltre all’Ars Geomantie un altro testo di geomanzia di Ugo di Santalla è il Geomantia Nova. In entrambi i testi l’astrologo cita l’uso delle 28 mansioni lunari, indicando di fatto una fonte arabo-indiana e non greca (si tratta di un concetto sconosciuto nell’astrologia ellenistica).

Gerardo di Sabbioneta compose o tradusse un trattato di geomanzia dal titolo Geomantie Astronomie Libellus, pubblicato per la prima volta nel quarto volume della Filosofia Occulta di Agrippa, talvolta attribuito erroneamente a Gerardo da Cremona. Il lavoro arabo tradotto dal vero Gerardo da Cremona a Toledo, nel 1160 circa, si trova in un manoscritto latino intitolato Liber geomantiae de artibus divinatoriis qui incipit estimaoerunt Indi.

Parallelamente all’intensa attività di traduzione a Toledo, che stava preparando il terreno per la svolta del pensiero scientifico in Europa, altri traduttori stavano lavorando a Barcellona. Plato di Tivoli soggiornò a Barcellona dal 1134 al 1145 e contribuì alla traduzione di numerosi manoscritti astrologici.

Incluso tra i suoi lavori più noti in merito alla geomanzia citiamo il Alfakini arabici filii quaestiones geomantiae, successivamente pubblicato nella collezione denominata Fasciculus Geomanticus insieme al lavoro di Robert Fludd. Questa raccolta divenne più tardi la fonte in lingua latina standard per quanto riguarda la pratica geomantica e il contributo di Plato è uno dei primi contenuti che si trovano in esso.

La geomanzia, secondo Lynn Thorndike, sembra aver goduto nel medioevo di una popolarità equiparabile a quella della Tavola Ouija nel X secolo. Pertanto non è una sorpresa scoprire che Michael Scot, un intellettuale di primo piano nell’Europa del XIII secolo abbracciò la pratica della geomanzia. Scot nasce in Scozia, studia ad Oxford e successivamente insegna all’università di Parigi.  La prima data certa della sua carriera accademica cosmopolita è il 1217, quando traduce il lavoro di al-Bitrugi, un astronomo del XII secolo. I suoi lavori più popolari furono il Liber Introductorius, un’introduzione generale all’astrologia, e il Liber Particularis, una versione più popolare dell’opera precedente, contenente una serie di domande e risposte sull’astrologia e sulle scienze naturali ad essa “alleate”. Anche se le sue attività principali erano come traduttore e filosofo sperimentale, Scot divenne particolarmente famoso nelle generazioni a venire come astrologo e mago. Molte leggende si sono cristallizzate attorno alla sua memoria e così divenne nella mente popolare uno dei più importanti maghi del medioevo. Dante lo ha messo all’Inferno (Canto XX, 116), caratterizzandolo come un conoscitore della magia piuttosto che suo esecutore:

Michele Scoto fu, che veramente

Delle magiche frode seppe il giuoco

Dante parla anche di “geomanzia nelle prime righe del Canto XIX del Purgatorio:

Ne l’ora che non può ’l calor dïurno
intepidar più ’l freddo de la luna,
vinto da terra, e talor da Saturno

quando i geomanti lor Maggior Fortuna
veggiono in orïente, innanzi a l’alba,
surger per via che poco le sta bruna,

mi venne in sogno una femmina balba,
ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,
con le man monche, e di colore scialba.

Al contrario della magia, che considerava “diabolica”, per quanto riguarda la geomanzia non l’ha mai condannata, né asseriva la sua pretesa di base astrologica, ricordando ai suoi lettori che i geomanti erano “capaci di offendere” contro la regola che una volta è stata fatta una domanda e si fosse ottenuta una risposta, la domanda non dovrebbe essere ripetuta ‘, Tuttavia, così come non era contro la geomanzia, e anzi ne fu interessato al punto di scrivere un trattato. Il testo enumera le sedici figure geomantiche e Scot le associa tradizionalmente ai segni dello Zodiaco, associandone due a Toro, Gemelli, Vergine e Bilancia. Ogni segno geomantico è anche associato a un pianeta, a un giorno, a un mese, a un colore, a un odore, a un gusto, a una pietra, a un albero, a un metallo e a un tipo umano. La geomanzia di Scot illustra in modo molto dettagliato ogni figura geomantica, più di ogni altro autore contemporaneo sulla geomanzia. Solo per fare un esempio. Scott dice che Acquisitio è del pianeta Giove e del segno Ariete. È ottimo, fortunato,nterreno [non in senso elementare], fisso, maschile, orientale, arioso, caldo e bagnato come il sangue. Di colori indica il bianco mescolato con giallo in calo al rosso; di gusti, dolci; di odori, fragranti; di pietre, il giacinto; di metalli, l’oro e l’ottone; di alberi, gli alberi da frutta; di giorni, il giovedì; etc.

Scot continua con un’ampia descrizione di un tipico Acquisitio uomo: di statura mediocre, bello, piuttosto alto, con occhi piacevoli, con il naso sottile, la fronte bella, il collo magro sottile, peloso, e dotato di due grandi denti superiori; stravagante, avido di guadagno, desideroso di alcuni gradi di onore e signoria, benigno, fedele e generoso molti beni agli altri per il loro servizio e amicizia.

Anche se George Sarton ritiene che la geomanzia di Michael Scot è in qualche modo “dubbiosa”, il suo lavoro è ancora una pietra miliare significativa sulla geomanzia, specialmente per il fatto di occuparsi di un così ampio spettro di attribuzioni per ciascuna delle figure geomantiche.

Da Scot passiamo a un suo illustre contemporaneo, Alberto Magno (1193-1280), santo protettore degli scienziati e dottore della chiesa. Egli, quando parla di geomanzia, mostra una profonda conoscenza della materia: “nella scienza della geomanzia le figure tracciate dai punti non hanno valore a meno che non siano conformi con le immagini astronomiche”. Egli affermava che la geomanzia non era una pratica più superstiziosa dell’astrologia, a patto che i geomanti non applicassero quelle regole ritenute superstiziose come il dover divinare esclusivamente in giorni ritenuti favorevoli.

Il suo allievo, Tommaso d’Aquino (1226-74 circa) fu più attento e circospetto nei suoi commenti sulle varie arti magiche. Considerava la chiromanzia una sorta di divinazione “naturale”, e quindi accettabile, mentre considerava la geomanzia una pratica superstiziosa, poiché a suo parere le figure geomantiche sono basate sull’esito di una volontaria azione umana, e non un’arte divinatoria non influenzata dalla ragione e dalla volontà.

Uno degli amici di San Tommaso d’Aquino era Guglielmo di Moerbeke (C. 1215-86), un traduttore fiammingo domenicano dal greco al latino. Molte delle sue traduzioni sono state fatte specificamente su richiesta di Tommaso d’Aquino, inclusa la prima traduzione della Politica di Aristotele, che fino ad allora era sconosciuta sia al mondo cristiano-occidentale che a quello islamico. Moerbeke ha lavorato anche ad un trattato di geomanzia intitolato De Arte et Scientia Geomantiae, rendendo molto probabile che lui e San Tommaso si cimentarono entrambi in questa arte divinatoria. Nonostante infatti le autorità ecclesiastiche tuonassero contro le arti divinatorie, era principalmente i membri del clero i candidati più probabili a praticarle, specialmente a causa della limitata alfabetizzazione del resto della popolazione.

Il trattato più completo sulla geomanzia del tredicesimo secolo si deve invece a Bartolomeo da Parma che nel 1288 scrisse l‘Ars Geomantiae. Nel trattato Bartolomeo narra che la geomanzia fu insegnata ai figli di Noè da un angelo prima del diluvio, e spiega che le sedici figure geomantiche furono derivate “con grande ingegnosità” dalle configurazioni delle costellazioni. L’ipotesi che le figure rappresentassero le costellazioni è stata usata da diversi autori del passato per legittimare il nesso tra geomanzia e astrologia, tuttavia le cose non stanno in questo modo. In ogni caso l’opera di Bartolomeo da Parma divenne la fonte principale di informazioni sulla geomanzia, che grazie ad essa si diffuse in lungo e in largo. Un’altra figura chiave della geomanzia fu Pietro d’Abano, che nonostante sia oggi considerato uno dei più colti del suo tempo  fu accusato ben tre volte dall’Inquisizione di negromanzia a causa della sua dottrina.

Dal medioevo passiamo poi al Rinascimento con le due figure più importanti per quest’arte divinatoria: Cornelius Agrippa e Cristoforo Cattaneo. La storia di Agrippa meriterebbe una trattazione a sé, ma lo ricordiamo per il suo De occulta philosophia e in particolare per il quarto volume del trattato, sconosciuto ai più, in cui spiega proprio l’arte della geomanzia. Cristoforo Carttaneo invece fu un autore umanista italiano del secondo quarto del sedicesimo secolo. Di origine italiana visse a Ginevra, servì come armigero sotto il comando francese in Francia, e scrisse in francese. È conosciuto come l’erudito autore di un’opera sulla geomanzia che fu pubblicata postuma nel 1558 a Parigi con il titolo La Géomance du Seigneur Christofe de Cattan, con ulteriori stampe nel 1567 e 1577. La maggior parte se non tutto ciò che si sa dell’autore deriva dalle informazioni contenute nel libro stesso. Come fonti del suo sapere Cattaneo cita in particolare tre testi geomantici da lui considerati fondamentali. Uno è il testo intitolato Estimaverunt Indi, identificato come un trattato tradotto da Hugo di Santalla dall’arabo. Il secondo è il Tractatus Sphaerae di Bartolomeo di Parma, scritto nel 1288. Il terzo è un testo ebraico intitolato “Ha veenestre”.

Successivamente all’ascesa avuta durante il Rinascimento, la geomanzia (così come l’astrologia) subisce un lento declino, presumibilmente a causa del razionalismo del XVII e del XVIII secolo. Tuttavia, nell’ottocento, ci fu un vero e proprio revival astrologico e grazie all’interesse per l’opera di John Heydon da parte del fondatore della Golden Danw, MacGregor Mathers, il sapere geomantico è sopravvissuto fino ai giorni nostri.

La lunga storia della geomanzia testimonia che questa pratica sia veramente millenaria, esattamente come l’astrologia.