Cos’è la geomanzia?

Introduzione all’arte divinatoria della Geomanzia e cenni storici

La geomanzia è una tecnica divinatoria basata sull’interpretazione di sedici tetragrammi estrapolati e disposti in un grafico mediante specifici calcoli matematici. La parola geomanzia deriva dal greco geōmanteía (comp. di geō “terra” e manteía “divinazione”) e significa “divinazione per mezzo della terra”. Originariamente con questa parola s’intendeva una tecnica divinatoria elementare basata sull’ispezione della “terra” intesa come elemento fisico, quindi sull’ispezione di segni rilevabili sul suolo terrestre. Quindi una tecnica che, al pari della piromanzia, dell’idromanzia e dell’aeromanzia, si basava sull’osservazione di fenomeni naturali (similmente all’arte degli auguri e degli aruspici) e non sull’uso di specifici simboli (e quindi dei relativi calcoli per ricavarli ed esaminarli a fini divinatori).

La parola greca con la quale identifichiamo questa tecnica, di fatto, non è rappresentativa della sua vera natura, che è puramente matematica, e gli antichi manoscritti greci ce lo confermano. Essi usavano la parola geōmanteía per riferirsi alla tecnica divinatoria di tipo elementare, e la parola rabolion per riferirsi alla sofisticata tecnica geomantica che oggi conosciamo. La parola rabolion è una traslitterazione greca dell’arabo raml che significa sabbia. Furono gli arabi infatti coloro che probabilmente “idearono” questa tecnica, che chiamarono ilm-al-raml ovvero “la scienza della sabbia”. Gli ebrei invece, così come riportato nell’Enciclopedia Ebraica, si riferivano alla geomanzia con il termine ḥokmat ha-neḳuddot ovvero “la scienza dei punti”. Personalmente, tra le due definizioni antiche considero molto più azzeccata quella ebraica, sebbene sia ormai quasi fuori discussione la paternità araba di questo straordinario “sapere divinatorio”.

Sulle origini della geomanzia è stato scritto di tutto, ma l’ipotesi più accreditata dagli storici è che sia nata intorno all’ottavo secolo in un’area del nord est africano, e che si sia diffusa nel resto del mondo in sincronia con l’espansione dell’Islam, e nello specifico tramite le rotte commerciali arabe. Raggiunse la Nigeria, dove compenetrò il culto degli Orisha del popolo Yoruba e fu chiamato Ifa, il Madagascar, dove diventò il Sikidy, il Medio Oriente dove prese il nome generico di Raml, e persino in India, dove fu assimilato dallo Jyotish, l’astrologia vedica, e divenne il Ramala Shastra. Un ipotesi meno accredita è invece quella delle origini orientali: un percorso inverso rispetto a quello appena delineato che partirebbe dalla Cina, patria dell’I-Ching (la cui logica è simile a quella geomantica), passerebbe per l’India e giungerebbe in Nord Africa. Naturalmente, l’assenza di prove storiche a supporto di questa tesi ci porta a considerare quasi certe le origini arabe.

Per quanto riguarda l’Europa, la geomanzia fece il suo ingresso nel vecchio continente passando dal Marocco alla Spagna tra l’undicesimo e il dodicesimo secolo. All’epoca infatti la penisola iberica era sotto il dominio degli arabi, i quali importarono numerosi testi di alchimia, astrologia e di geomanzia. Se volessimo stabilire una data di nascita ufficiale della “geomanzia europea”, questa sarebbe da ricercare nella prima metà del dodicesimo secolo, periodo in cui Ugo di Santalla tradusse dall’arabo diversi di quei testi, tra cui la celeberrima Tabula Smaragdina attribuita a Ermete Trismegisto, e naturalmente l’Ars Geomantiae, il primo manoscritto in lingua latina sulla geomanzia.

Un fatto molto interessante dell’opera di Ugo di Santalla sono i riferimenti astrologici, i quali ci fanno ipotizzare una parentela stretta tra la scienza dei “punti” e quella “degli astri”. Un rapporto di parentela apparentemente privo di logica, ma alquanto significativo in merito alla natura fondamentalmente ermetica di questo sapere. Bartolomeo di Parma azzardò l’ipotesi, decisamente inconsistente, che le figure geomantiche fossero rappresentazioni grafiche delle costellazioni, probabilmente nel tentativo di legittimare il presunto legame tra l’arte geomantica e quella astrologica, con il preciso scopo di elevare di rango la prima. Nel medioevo la geomanzia era infatti considerata “l’astrologia del popolo” e, sebbene diffusissima, non godeva certo dello stesso status quo dell’astrologia.

In ogni modo, non bisognerebbe considerare questo legame come “un rapporto di parentela verticale”, come può essere quello tra l’astrologia e l’astronomia o l’alchimia e la chimica, bensì come “un rapporto di parentela orizzontale”, come può essere quello tra la fisica delle particelle e quella dei quanti. Geomanzia e astrologia sono discipline ben distinte, certo, ma coerentemente congiungibili dal fondamento teoretico dell’ermetismo: “Ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso.” In questo senso la definizione di “Astrologia Terrestre” coniato da Robert Fludd e ripreso da Stephen Skinner per intitolare il suo trattato è parecchio significativa. La geomanzia, dunque, non è la divinazione per mezzo di geō inteso come la materia del suolo terrestre, bensì di geō inteso come pianeta terra, ricettacolo degli influssi celesti. A tal proposito le parole di Aleister Crowley sulle figure geomantiche ci consentono di capire cosa lega più profondamente il “simbolo geomantico” a quello astrologico. Egli definisce le figure geomantiche come  “spiriti di natura terrena distinti l’uno dall’altro dalle modificazioni dovute alle varie influenze planetarie”. Al di là dei risvolti occulti del suo modo di concepire le figure, intese come vere e proprie entità oracolari, il concetto che dobbiamo assimilare è chiarissimo: ogni simbolo usato dal geomante rappresenta una specifica influenza planetaria. Detto questo non bisogna cadere nell’errore di accostare indiscriminatamente il significato di una figura ad un pianeta. Come afferma l’occultista inglese, l’intelligenza che governa Puella, ad esempio, non deve venire confusa con quella di Venere o della Bilancia. Venere è il suo signore planetario e la Bilancia è il suo co-significante zodiacale. Puella non è né Venere e né la Bilancia, ma un simbolo che personifica l’insieme di queste due nature astrali.

In seguito alla diffusione della traduzione di Ugo di Santalla, la geomanzia si diffuse in tutta Europa, dove fu molto popolare fino all’avvento dell’Illuminismo, il quale demonizzò ogni forma di sapere che non si potesse dimostrare scientificamente. Tra i nomi che contribuirono a diffondere quest’arte tra il XII e il XVII secolo citiamo: Gerardo da Sabbioneta, Platone da Tivoli, Roberto di Chester, Michele Scoto, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Guglielmo di Moerbeke, Raimondo Lullo, Bartolomeo da Parma, Pietro d’Abano, Enrico Cornelio Agrippa e Cristoforo Cattaneo. Naturalmente lo scopo di questa pagina non è quello di trattare la geomanzia da un punto di vista storico, pertanto rimando l’utente interessato al testo “Astrologia Terrestre” di Stephen Skinner nel quale troverà un esauriente resoconto storico.

Detto ciò, ritengo fondamentale dedicare almeno un paragrafo alle origini spirituali di quest’arte, che partono dalla leggenda araba in cui l’Arcangelo Gabriele insegna la geomanzia al profeta Idris. Ibn Zunbul, noto anche come al-Rammal (il geomante) e vissuto in Egitto tra il XVI e il XVII secolo,  fu autore di un testo di astrologia e geomanzia in cui descrive l’incontro tra l’Arcangelo e il profeta più o meno in questo modo:

Durante uno dei suoi viaggi, Idris incontrò l’Arcangelo Gabriele che gli apparve nelle sembianze di un uomo. L’Arcangelo tracciando dei segni apparentemente casuali sulla sabbia disse a Idris: “Tu sei un profeta, ma nascondi il tuo dono per paura dei tuoi simili.” Idris, sorpreso dalla conoscenza dell’uomo gli disse: “Caro fratello, insegnami tutto ciò che sai.” Così Idris incontrò Gabriele ogni giorno, finché non imparò questa scienza. Infine Gabriele gli disse: “Vai dall’Indiano Tum Tum e la sua gente e insegna loro questa scienza.”

Il Corano, in due sure, indica Idris come il profeta destinato a rivelare all’umanità la volontà di Dio, ed è stato identificato con il profeta biblico Enoch, sesto discendente di Adamo ed Eva lungo la genealogia di Set. Particolarmente interessanti sono i versi 23 e 24 del quinto capitolo della Genesi: “Tutto il tempo che Enoch visse fu di trecentosessantacinque anni. Enoch camminò con Dio; poi scomparve, perché Dio lo prese.” Il numero 365 ha fatto pensare che Enoch non fosse altro che la trasposizione biblica di una divinità solare (365 sono i giorni dell’anno solare). Secondo la cosmologia gnostica di Basilide 365 era il numero di cieli di cui era costituito il mondo materiale, e Abraxas, il Sommo Eone (l’Uno), corrispondeva al primo di questi cieli. In ogni modo Idris è associato a Ermete Trismegisto, e Ibn Zunbul delinea il pedigree arabo della geomanzia nella linea di successione Idris, Tum Tum, Halaf al-Barbari, Muhammad az-Zanati e infine egli stesso. Naturalmente, a così tanta distanza di tempo, la leggenda si mescola con la realtà e non possiamo stabilire con certezza le origini storiche di quest’arte, le quali si fondono con quelle spirituali.

Molti studiosi hanno inoltre ipotizzato che la geomanzia sia una tecnica divinatoria millenaria antecedente all’Islam. L’uso dei nomi di “madri”, “figlie” e “nipoti”, per designare i primi tre macrosettori del tema geomantico, ad esempio, è una genealogia femminile preservata dagli arabi che probabilmente, secondo Wim van Binsbergen, evoca il ricordo di grandi divinità femminili preislamiche, ma in modo discreto e così poco esplicito che è stato mantenuto anche dai primi traduttori medievali europei. Ad ogni modo la ricerca delle origini spirituali ci riconduce per lo più alla figura di Idris, benché Tum Tum appaia un po’ più sovente nei manoscritti arabi, e quindi a quella di Ermete Trismegisto. L’ingresso simultaneo in Europa del primo testo geomantico e della Tavola di Smeraldo è un caso particolarmente significativo. Ovviamente approfondire il corpus hermeticum in relazione all’Ars Punctatura medievale, cioè la geomanzia che oggi conosciamo e pratichiamo, significherebbe cacciarsi in un ginepraio… Ciò che mi preme sottolineare è semplicemente che, se l’astrologia ci aiuta a capire la geomanzia da un punto di vista tecnico-pratico, solo la filosofia ermetica ci consente di approfondire gli aspetti più “oscuri” della natura magico-divinatoria di quest’arte e dei suoi simboli.

Naturalmente, oltre ai postulati della filosofia ermetica, che in un certo senso si sposerebbero con qualsiasi forma di sapere, un principio un po’ più “moderno” con il quale possiamo analizzare e spiegare il funzionamento della geomanzia è quello della sincronicità. La sincronicità è un concetto introdotto dallo psicoanalista Carl Gustav Jung nel 1950. Egli lo definì “un principio di nessi acausali”, ovvero il legame tra due eventi che, in contemporanea, influiscono l’uno sull’altro senza un nesso causale. Per rendere più chiaro tale principio Jung parlava di “coincidenze significative” e spiegò il fenomeno fornendo numerosi esempi. Tra questi, il caso di un signore che ordinò un vestito blu, ma per uno sbaglio del commerciante, si vide recapitare a casa un vestito di colore nero proprio il giorno del funerale del fratello, oppure il caso in cui lo stesso Jung, parlando con una paziente riguardo il sogno di quest’ultima riguardante una volpe, si imbatté realmente in una volpe. Naturalmente di esempi di questo tipo, e anche molto più sorprendenti, ce n’è moltissimi, e scommetto che anche a chi sta leggendo queste pagine sia successo almeno una volta nella vita qualcosa di simile. Per Jung la corrispondenza significativa tra i fenomeni è dovuta al fatto che “psiche e materia sono due aspetti differenti della stessa e unica cosa”, aspetti che sono “supportati da fattori trascendenti incomprensibili”. Tuttavia, benché il principio di sincronicità possa mettere in discussione il concetto classico di spazio e tempo, di per sé sufficiente a spiegare concettualmente qualsiasi “dispositivo divinatorio”, l’eccezionalità dell’evento sincronico può mettere in dubbio la fondatezza del principio stesso.

Detto questo, lo scopo della geomanzia non è di “predire” ma di “prevedere”. Il geomante non predice il futuro del consultante, ma semplicemente prevede come potranno andare le cose sulla base della domanda posta da quest’ultimo in relazione ai “simboli ricevuti” dal tema. La geomanzia è un linguaggio simbolico, esattamente come l’astrologia, e il geomante è il suo interprete. Un linguaggio simbolico non è altro che un mezzo che ci consente di interagire con la parte più profonda del nostro Sé, ovvero l’inconscio, che Israel Regardie definisce un “incomparabile veggente”.